Luigi Di Ruscio, un mito

Debbo anche dire che per un giorvane scrivente come me Luigi Di Ruscio allora costituiva un piccolo mito vivente. A Fermo avevamo sentito parlare tante volte di lui noi ragazzi. Le prime cose che ho scritto me le ha pubblicate suo fratello Gianfranco in un figlio della sinistra extraparlamentare che si stampava in città, Garofano Rosso.

(…) Ho considerato da sempre Luigi Di Ruscio lo scrittore al quale mi lega una vicinanza  politica ed esistenziale. Una specie di esempio vivente di una condizione autoriale del tutto indipendente, fuori da canoni o gruppi, dalla sterilità di una letteratura chiusa e ripiegata su se stessa, intimistica e priva di legami forti con la Storia.

Viaggio da Fermo, Angelo Ferratuci, Laterza


Anche il call center è delocalizzato

Negli ultimi giorni le strade principali di Cosenza sono state tappezzate con questo enorme manifesto. Mentre facevo la rotonda prima di imboccare l’autostrada, mi è capitato di vederne uno, di leggerlo, ma di sfuggita.

Visto, letto e dimenticato insomma.

Qualche giorno dopo il mio viedofonino non scaricava più le e-mail e siccome il gestore 3 ha spesso problemi di linea, ho composto il 133 per contattare un operatore e sapere cosa stava accadendo.

Dopo un’attesa interminabile e reindirizzamenti automatici vari, una voce meccanica mi comunica che se proprio voglio parlare con un operatore dovrò pagare un costo di circa 40 centesimi al minuto.

Ne ho ponderato l’effettiva necessità per qualche istante, ma poi ho concluso di non avere altra scelta. Così ho pigiato il tasto e sono stata nuovamente messa in attesa per un altro periodo, vissuto anche questo come interminabile.

Alla fine mi risponde un operatore. La voce è di un uomo, giovane mi sembra, che si esprime in un italiano stentato. Ci metto un po’ d’attenzione e mi rendo conto che ha le tipiche inflessioni dei rumeni. Dopo dieci minuti di conversazione accesa in cui ovviamente si scaricano sull’interlocutore tutta una vasta gamma di frustazioni quotidiane, ivi compresa la schizzofrenia del cellulare, riattaco credendo di aver risolto il problema, ma in realtà non è così.

I tentativi sono stati tre, oltre al primo e in tutti i casi mi hanno risposto operatori, uomini e donne, di altra nazionalità.

Mi torna in mente il manifesto affisso per le strade principali di Cosenza e intuisco, con ovvio ritardo a quanto pare, che sta avvenendo l’ennesima delocalizzazione, quella dei call center, ovvero l’ultima spiaggia dei giovani – ma non solo – lavoratori italiani. Una forma estrema di outsourcing aziendale insomma.

Ora, posto che Cosenza è provicnia il cui livello di disoccupazione, in special modo quello femminile, è altissimo e posto che la maggior parte dei giovani (se giovani possono definirsi i quarantenni) sono stati impiegati in questi call center, mi chiedo che cosa accadrà da qui a qualche mese, quando molti di loro saranno mandati a casa.

Ovviamente non ho nulla contro i rumeni, è il sistema che non va. Le alte dirigenze dicono che in Romania si lavora bene perché è:

  • FACILMENTE RAGGIUNGIBILE,  A UNA/DUE ORE DI VOLO DALLE PRINCIPALI CITTA’ ITALIANE
  • MEMBRO EFFETTIVO DELL’UNIONE EUROPEA DAL 1 GENNAIO 2007
  • MEMBRO DELLA NATO DAL 26 MARZO 2003
  • MEMBRO DEL WTO
  • INFRASTRUTTURA DI TELECOMUNICAZIONI AVANZATISSIMA
  • ELEVATISSIMI SKILLS TECNOLOGICI
  • ELEVATISSIMI SKILLS LINGUISTICI
  • CONOSCENZA MOLTO AMPIA, A TUTTI I LIVELLI, DELLA LINGUA ITALIANA

Dimenticano di menzionare la faciltà con cui si sfugge il fisco e i bassi stipendi degli impiegati. Dettagli insomma.

Per completezza vorrei raccontare come è andata a finire col telefonino. Ovviamente gli operatori non sono stati in grado di risolvermi il problema. Il telefono è finito in assistenza e non so se e quando lo rivedrò. Al centro assistenza ho accennato una lamentela sulle capacità di gestione di questi operatori stranieri e il tizio mi ha risposto, testuali parole: “Cara signora, cosa pretende? lei ha un abbonamento mensile di soli dieci euro. Se ne avesse avuto uno premium, come il mio, che ne spendo cinquanta, avrebbe avuto diritto a usufruire delle competenze dei call center italiani”.

Scopro così che c’è un call center per clienti d’elite e un call center sgarrupato (oltre che inutile) per utenti da soli dieci euro al mese…

P.S. Ringrazio sentitamente il sito Calabresi. net per aver fotografato il manifesto che vedete in testa a questo post. Vi consiglio soprattutto di scaricare il file dell’UGL.


La pubblicità è femmina ma il pubblicitario è maschio*

*Il titolo è quello di un bel saggio di Daniela Brancati


Luce D’Eramo al Nucleo zero

Non da molti anni si è spenta Luce d’Eramo – nome de plume di Lucetta Mangione -, donna coltissima, cresciuta in una famiglia benestante, appassionata di filosofia e letteratura. Divenne nota al grande pubblico con il libro autobiografico Deviazione, nel quale ammise di aver volontariamente varcato la soglia dei lager nazisti, esperienza che la rese accanita antifascista.

Dall’epoca della fuga, ancora giovinetta, accaddero poi diversi episodi; uno dei quali la segnò particolarmente: il padre la rinnegò. Dunque, senza fissa dimora né sostentamento, dovette arrangiarsi con i mestieri più umili.

Testardamente ritornò nei campi di Dachau, dai quali poi riuscì a fuggire; fino a quando, dopo un bombardamento che aveva devastato la città di Magonza, mentre tentava di rendersi utile nello sgombero delle macerie, un muro le crollò addosso, spezzandole la schiena. Ma Luce aveva l’ottimismo nell’animo e riuscì a risollevarsi, ad accettare la sua nuova condizione e soprattutto a non permettere all’immobilismo di impedirle di vivere decentemente.

La sua produzione letteraria è stata delle più varie; capace di passare dalla saggistica alla fantascienza, dal racconto autobiografico alla giallistica. E mai come oggi, periodo in cui l’ossessione terroristica internazionale e nazionale dilaga, i suoi romanzi tornano ad essere di grande interesse, una piacevole riscoperta.

Nucleo zero, romanzo pubblicato nel 1981, ma scritto a ridosso del rapimento di A. Moro, potrebbe essere considerato un thriller, un racconto che fa della suspance delle vicende un romanzo di genere; ai più – me compresa – piace, invece, per la finezza con la quale l’autrice ha saputo tratteggiare, con enfasi pacata e senza sbavature, la psicologia dei personaggi. Siamo negli anni Ottanta, Nucleo Zero è il nome di un gruppo terroristico che ha come scopo la rivoluzione anticapitalistica: “[...] avevamo fondato le Bande comuniste, antimilitariste, legalitarie, di combattenti contro il capitale e contro la proprietà in difesa della vita umana e così via. Però in quattro anni erano riusciti a dar vita in tutto al solo Nucleo Zero: otto operatori e due riciclati.”

Fondatore dell’organizzazione, e anche protagonista indiscusso dell’intera vicenda, è Giovanni Dettore, ex professore di filosofia, che dopo aver preso parte alle scorribande armate delle Colonne rosse (chiaramente riconoscibili come Brigate rosse) aveva riunito un gruppo di insospettabili idealisti marxisti, con i quali mettere a punto le rapine necessarie a finanziare le attività del gruppo.
La loro organizzazione è perfetta; ogni legame è apparentemente lecito; ognuno gode di una copertura che lo rende insospettabile. Si riuniscono in maniera segreta e insieme mettono a punto i colpi e decidono delle sorti del Nucleo Zero; comunicano tramite messaggi telefonici, computando gli squilli, tra una prima ed una seconda serie: “Chi dà notizie, dà prima il numero di codice della persona su cui si informa e poi il codice dell’informazione. In caso lo ritenga utile, in terza serie può dare il proprio numero di riconoscimento”.

La sussistenza e protezione del gruppo, tra ansie e entusiasmi, annulla le esistenza dei singoli; ogni respiro è in funzione del loro ideale per il quale si dicono pronti ad uccidere e lo fanno, anche se non senza ripercussioni sull’umano sentire. Ma come ogni gruppo, dal momento di massimo fulgore, si passa al decadimento (anche solo apparente, perchè il malcontento non muore e allora non muoiono neanche i gruppi), che coincide con l’accorpamento alle Colonne rosse, di impostazione diversa: più efferata e meno riguardosa. Ci sarà il rapimento di Perrino, un noto industriale, tenuto chiuso nella “prigione del popolo”, rapimento che culminerà con la morte dell’ostaggio.

Il racconto della prigionia di quest’uomo è quanto di più toccante si possa scoprire in questo romanzo: “L’idea di essere osservato mentre si libera gli intestini l’ha umiliato sin dal primo momento, tanto da provocargli contrazioni del colon. Ha bello dirsi che il Re Sole defecava in pubblico ed era un privilegio dei più alti dignitari poter assistere alle sue cacate [...]. Sei a Versailles, si ripete, pensa a Luigi quattordicesimo.”

È un racconto avvincente, costruito con una superba bravura; leggendo nasce addirittura il sospetto, naturalmente illogico, che Lucetta abbia potuto far parte di un gruppo terroristico; “ho vissuto a lungo con loro” ammise, naturalmente solo con l’immaginazione.

Carlo Lizzani ne trasse un film che accomunò il gusto disomogeneo di tutti gli spettatori, considerato il periodo “caldo” in cui fu prodotto.

“A me premeva dire che la strada per non subire la società non può essere quella del terrorismo” dice d’Eramo parlando del suo romanzo Nucleo Zero, e questo è il messaggio che se ne deve trarre, senza fraintendimenti, anche quando i terroristi, nel loro, ragionare, possano sembrare credibili o convincenti. Si tratta di uomini che sentono forte il peso dell’ingiustizia sulle spalle, credono che il senso d’impotenza sia intollerabile, si rimboccano le maniche e tentano di smuovere le masse, questo sì, ma si tratta di gente che si arma e che uccide. Questo non bisogna dimenticarlo mai.

E chiudo, servendo delle parole del romanzo per esprimere anche un mio pensiero: “Chi si attribuisce il carisma del riscatto altrui è già un potenziale oppressore. Si è rivoluzionari soltanto sulla propria pelle, quando si cessa di sottostare. Ma essere rivoluzionari in prima persona non significa fare la rivoluzione. Ce ne corre. Significa esclusivamente saggiare in anteprima gli strumenti a disposizione della sovversione di massa e tentare di creare quel minimo di condizioni materiali alternative, perchè chi non accetta di fare la bestia da soma in questa società non sia costretto a ribaltare nel terrorismo”.


ROMANZO IN PILLOLE


Dettore ripensava perplesso ai motivi che l’avevano spinto ad aderire alle Colonne, sette anni prima. Lui, un uomo che già andava per i quaranta, con mezza vita dietro di sé.
[...] Un tempo, quand’era professore di liceo e coniuge, aveva vissuto un altro ripetersi, incomparabilmente più spaventoso, nella previsione che neppure una virgola della sua esistenza tracciata minuto per minuto si sarebbe spostata sino all’ora della pensione, nell’attesa della morte.
Si chiese se non fosse stato anche il ripetersi dei gesti e delle parole (detto in breve), lungo tutti quegli anni regolamentati, ad avergli dato infine un tale senso d’irrealtà da spingerlo per inerzia a una rivolta totale.

Aveva presentato le sue dimissioni al preside e inoltrato domanda di separazione coniugale, nel ’71. Ed era andato a lavorare in fabbrica, dall’oggi al domani, alla Beta-Sud, in quella piana della Calabria dove il sole batteva a picco sullo stabilimento in cui sudava agli altiforni. Era luglio e la sera, nei turni di riposo, andava a bere un goccio con gli amici in osteria. Ma i compagni di lavoro, che in reparto capivano le più fini astuzie dei padroni, una volta fuori dall’officina cambiavano modi come si cambia abito. Impannucciati nell’orgoglio più suscettibile, litigavano per motivi d’onore, per minuscoli interessi, s’accoltellavano. Ripiombavano a capifitto nei comportamenti che li incatenavano. Riproducevano, a proprio reciproco danno, i rapporti di forza che li tenevano a testa in giù; e quello che sconvolgeva Giovanni Dettore, ancora venato di populismo, era che lo facevano senza vantaggio, disinteressatamente, perchè a differenza dei “signori” non ne cavavano nessun plus valore. Dal canto loro, i “signori”, che a volte invitavano l’ex professore di liceo a cena, per curiosità, per condiscendenza di ceto, erano molto più umani nel privato. Pensosi, di delicato sentire.
[...] Quando si licenziò nel gennaio del ’72 dalla Beta-Sud, la lotta armata era ormai per lui l’unica via di scardinamento possibile di quel mondo calcificato.

Una soluzione di comodo? Fino a quel momento (pensò) avrebbe respinto un simile dubbio come decadente e volgare. Ai suoi occhi, l’adesione alle Colonne era conseguita a una rigorosa analisi del contesto – economico sociale morale, anche retorico -; era stata una decisione ben pensata e “scientifica” se così si può dire, presa “a prescindere da umori personali”; in breve un cambiamento di linea.

[...] La retorica dominante, vecchia e nuova mischiata (onore e consumismo intrallazzati!) era ciò che impaniava gli operai della Beta-Sud? Benissimo, gli daremo una controretorica. Noi subalterni uniti, dal terziario fino al bracciantato, non abbiamo il potere economico che ci consenta di rovesciare i rapporti di forza per stroncarli e ridistribuire altrimenti i beni del pianeta terra. È vero. Ma possiamo darci un potere retorico, incornando le istituzioni, svegliando le masse con sequestri dimostrativi, educandole a una brechtiana ironia, col mettere alla berlina i “valori” che incagliano la classe sfruttata, il sospetto d’essere mazziata due volte, spogliata viva materialmente e per di più legata nel cervello come si pressa un covone di paglia.

Tratto da  Nucleo Zero, Luce D’Eramo


Political outing

Anche negli Stati Uniti si fa così, con gli attori famosi. I giornali di gossip pubblicano una serie di loro foto ambigue, li prendono di mira, li seguono e non li mollano finché non fanno outing. Allora i grassi telespattatori americani si godono la scena di questi che, marcati stretti, vanno nei talk shaw, per ammetere la loro omosessualità.

Il sistema è identico. Anche in Italia facciamo così. Il personaggio scomodo viene attaccato dai giornali (solitamente Il Giornale e Libero, che ben conoscono il gossip), e lo si marca così stretto che alla fine non ha altra scelta se non rilasciare interviste in cui bofonchia qualcosa che sa di confessione domenicale.

Questo è stato l’outing di Fini, una deprimente spettacolirizzazione della politica italiana, cui siamo costretti ad assistere. Nostro malgrado.


A volte ritornano. E sono sempre loro…


Sognando Jean Gabin, anzi la rivoluzione

Di Goliarda Sapienza conosciamo ancora troppo poco. La sua opera, quasi del tutto inedita, almeno fino a qualche anno fa, ha avuto più fortuna all’estero, Francia e Germania, che in Italia. I perché sono diversi e vanno dal carattere caparbio e indipendente della Sapienza, che respingeva adattamenti e prostituzioni dei suoi scritti, ai rifiuti plurimi ed ennesimi cui ormai si diceva abituata, abbracciando e accettando il destino di autrice postuma.

L’interesse letterario per il genere autobiografico rimase sempre vivo nella scrittrice catanese, pur emancipandosi dal vecchiume dell’autocelebrazione intimistica e sfociando in una veste autonoma e nuova che la stessa definì «autobiografia delle contraddizioni», ovvero narrazione del vero, senza mediazioni, senza abbellimenti edulcorati.

Un’opera colossale, dunque, fatta di tanti volumi indipendenti e interscambiabili su cui la Sapienza avrebbe lavorato per tutta la vita, questo il progetto.

È con Io, Jean Gabin, romanzo rimasto inedito e ripubblicato solo recentemente da Einaudi, che si aggiunge un ulteriore tassello alla vita-rompicapo della scrittrice – di cui altri episodi autobiografici erano confluiti nel romanzo titanico L’arte della gioia. Ed ecco che rivivono i personaggi che avevano allegramente popolato la sua prima opera, Lettera aperta, visti e raccontati dalla voce di una ragazzina insolita, consapevole di non essere come “una di quelle bestioline oppiate dalla menzogna che pullulano per le strade del mondo”.

Uno spaccato di infanzia che si svolge in una delle case di via Pistone, nel cuore della Civita catanese, dove i Sapienza vivono liberi, esibendo i principi e le idee socialiste e anarchiche; loro, unici ma accesi sostenitori della rivoluzione libertaria in una città ormai tutta fascista.

In questo clima e con questa educazione, la giovanissima Goliarda Sapienza trascorre interi pomeriggi nel mitico Cinema Mirone, identificandosi con Jean Gabin, rivoluzionario marxista che spopola nel cinema francese degli anni Trenta con il celeberrimo Pepé le Moko.

Proprio come nei film di Jean Gabin, Goliarda Sapienza vaga per la casbah catanese e osserva il mondo con gli occhi smaliziati eppure attenti di una bambina e lo racconta così com’è, così come lo vive. Ma il resoconto è postumo e non può mancare il rammarico della Goliarda adulta che ha assistito ad un mancato lieto fine: lo smantellamento della Civita, la vittoria dei falsi miti borghesi, il fallimento dell’ideale socialista, unitamente alla consapevolezza che “quello che non hanno fatto i fascisti, sono riusciti a farlo i democristiani”. In questo senso, Io, Jean Gabin è il romanzo dell’illusione socialista, che si credeva possibile, ma che non fu mai.

Francesca Branca (Stilos n° 5, Giugno 2010)


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